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La nebbia non scende:
sale dalle cose dimenticate.
Esce dalle tasche dei morti,
dalle parole mai finite,
dalle stanze dove il tempo
ha smesso di bussare.
Cammino senza piedi,
trascinato da un respiro
che non è mio.
Le case hanno occhi cuciti,
i lampioni sussurrano
numeri sbagliati,
la strada si piega
come una menzogna stanca.
Ogni volto che incontro
è il mio,
spostato di qualche errore.
Mi guarda passare
con la pietà di chi sa già la fine.
La nebbia ha mani lente,
mi tocca senza toccarmi,
mi insegna il peso dell’assenza.
Dentro il petto cresce
un rumore opaco,
come passi sotto terra
che non cercano uscita.
Non c’è alba qui.
Solo un grigio
che mastica i confini,
che rende uguali
il prima e il dopo,
che spegne i nomi
lasciando intatti i colpi.
Quando finalmente
mi fermo,
la nebbia resta.
Io no.